UNA BELLA PASTORALE: “IL SEMINATORE USCÌ A SEMINARE”

UNA BELLA PASTORALE: “IL SEMINATORE USCÌ A SEMINARE”

Così s’intitola la Pastorale di Padre Franco Moscone, Arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, che si rivolge particolarmente ai “fratelli e sorelle in Cristo”, riuscendo tuttavia, per le opportune e puntali riflessioni che svolge, a coinvolgere tutti gli uomini di buona volontà, qualunque sia il loro credo.
Il primo spunto lo prende dall’Antico Testamento ed è la Misericordia, nell’accettazione latina di miser-cordis, per dire che alla base dell’educazione c’è un piccolo cuore capace tuttavia di contenere altri cuori, da qui discende un’altra grammatica, che è “andare in cerca, prendersi cura, accogliere, trattare con amore”.
Ma l’educatore, prima d’insegnare, deve sapere ascoltare. Ed in questa capacità di ascolto dobbiamo far riferimento al dire e al sentire. “Tutti facciamo esperienza di quanto analfabetismo (ci sia) nel riconoscimento delle proprie emozioni”. Insieme al verbo ascoltare occorre saper accogliere e custodire, “che potremmo chiamare i verbi del grembo”.
Bello è, poi, il riferimento alla parabola evangelica del Seminatore che ha il compito di aprire il proprio cuore se vuole aprire i cuori dei discenti. “Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono… un’altra parte cadde nel terreno sassoso e germogliò subito… ma quando spuntò il sole fu bruciata, un’altra parte cadde sui rovi… un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutti”. Ad un’attenta riflessione, questa parabola millenaria, affermando che educare è come seminare, consegna a tutti gli educatori la responsabilità di attuare un insegnamento meditato, che non si preoccupi solo di spiegare, ma di fare in modo che le spiegazioni vadano a buon fine, cioè che dopo la seminagione arrivi il raccolto e non solo per pochi. Questa è la difficoltà ed anche la bellezza dell’attività educativa, che non può essere solo fatta di semina e di raccolta, ma è molto altro, giacché chi la svolge è addirittura un seminatore che feconda e viene contemporaneamente fecondato dai suoi stessi semi.
Altri significati della parabola è che per seminare bisogna uscire, ovverosia incontrare l’altro “nella concretezza del suo ambiente, nei suoi vissuti, nelle sue lotte e nelle sue fatiche”. Facciamo nostro il monito di Papa Francesco che ci invita ad uscire e, non solo intellettualmente, ma fisicamente. Quale grande attualità ha questo concetto! Quanti docenti pensano che educare sia una comunicazione unidirezionale ed ex cathedra, che tutta la cultura sia quella dei libri; che nell’aria, nell’ambiente, nei mestieri, nella società, nella povertà, nella ricchezza, nel mare, nel cielo, nei campi e nella vita di ogni giorno non vi sia cultura. Questi stessi educatori poi si lamentano che i ragazzi non si “interessano” alle loro squisite spiegazioni, che sono noiose se non partono dall’essere e dall’inter-esse dei propri allievi. Quante volte tali docenti hanno fatto riferimento, alle passioni, ai sentimenti, alla solitudine, alle difficoltà relazionali dei loro alunni?
Oggi i ragazzi non sono peggiori di quelli di ieri, sanno più cose, hanno più strumenti e non sempre sanno farli funzionare per la loro vita; da parte sua la scuola non s’incarica di insegnare loro ad usarli, a vederli nel bene che portano ma anche nei loro rischi.
“Educare è un grande atto di generosità”. L’educatore, in qualsiasi ambito lavori, non deve considerare la propria opera un mestiere, ma una missione oppure, con un termine meno enfatico, deve sentirsi un animatore culturale che partecipa con tanti altri operatori ad aumentare la formazione globale della Nazione e magari dell’intero mondo.
“Chi educa non incapsula, non cattura, me genera l’altro… alla sua libertà”. È strano trovare questi ammonimenti che, partendo dal Vangelo, fanno un chiaro riferimento ai dettati costituzionali ed alla libertà d’insegnamento, che non è né deve essere un modo per affermare e uniformare i discenti alle proprie idee, ma solo essere tesa a stimolare la formazione di individui liberi. “Educare non significa tanto trasmettere verità preconfezionate, ma custodire sorgenti cui attingere la forza di ricominciare”.
“Uscire è un atto di coraggio” ed anche di fiducia. Fiducia nella possibilità di attuare con la formazione cittadini sempre migliori. Per questo insegnare non è mai un mestiere per meritarsi uno stipendio purchessia. Chi ragiona in questo modo sarà sempre insoddisfatto dei propri alunni, si arrabbierà fin troppo spesso, agiterà lo scontro invece che la reciproca comprensione e comunione, userà spesso metodi punitivi e non evolutivi, andrà a casa ogni giorno con un persistente mal di testa e maledirà gli alunni, non se stesso/a.
“Educare Chi?”. Con questa domanda viene toccata una questione cruciale che riguarda tutti coloro che si occupano di educazione. Ben oculatamente il nostro Vescovo ha voluto rimarcare che tra i destinatari non ci siano solo i bambini o gli studenti di ogni ordine e grado, perché oltre alla cura dei giovani, “si va sempre più affermando la necessità di educare o ri-educare gli adulti, i quali non sempre si trovano a saper gestire i grandi cambiamenti che caratterizzano diverse stagioni della loro vita, dentro una cultura che muta a velocità inverosimili”. Il riferimento è chiaramente rivolto alle esigenze della nostra società di avere un’educazione che si svolga lungo tutto l’arco della vita, ovverosia un’educazione permanente e ricorrente, sia per adeguare tutti i cittadini a usare e comprendere l’uso intelligente dei nuovi mezzi della tecnologia, sia per evitare di finire come i topi di Hamelin, per limiti interpretativi e predittivi della realtà, ubriacandoci ora per questo ora per quell’uomo politico, e subito dopo sentendoci traditi nelle nostre spropositate illusioni.
Italo Magno

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